Citazione

L'insegnamento non può fermarsi alle ore di lezioni in classe.

Compito del docente è quello di accompagnare gli allievi nella formazione della persona e ciò può essere possibile solo in un tempo dilatato, per un'educazione permanente (C.C.E., 2001).

Il concetto di educazione permanente indica che si apprende in differenti contesti formali, informali, e non formali: non solo a scuola, ma anche nella rete web.

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venerdì 5 febbraio 2016

LA TAUTOLOGIA E LA DIAFORA




Rosa è una rosa è una rosa è una rosa.

(Gertrude Stein, Sacred Emily, 1913)

A volte abbiamo bisogno di dare o ricevere conferme e, per questo, ripetiamo le parole che contengono i concetti chiave dei nostri discorsi. Lo fanno anche i poeti, anzi: in letteratura la ripetizione ha un peso specifico molto più importante che nella lingua quotidiana. Pensate a quando Leopardi scrive, nei Pensieri, “quell’arte che sola fa parer uomini gli uomini”, o a Manzoni, che nei Promessi sposi scrive “La mattina seguente, don Rodrigo si destò don Rodrigo”. È chiaro che don Rodrigo si risvegli don Rodrigo: e chi se no? Eppure questa ripetizione, che è una tautologia, rafforza la frase e ci costringe a fermarci e a riflettere: in che senso don Rodrigo si risveglia don Rodrigo? A quale caratteristica del suo personaggio allude Manzoni? Che cosa non è cambiato in lui nonostante il sonno?
Facciamo tautologie di continuo: “Io non sono più io”, diciamo, “quel poeta scrive poesie” e così via.

I significati della rosa

Eppure c’è un caso particolare di tautologia, la diafora, che non si limita a ripetere un concetto, ma lo amplia. Prendete l’esempio, celeberrimo, di Gertrude Stein: dice semplicemente “Rosa è una rosa è una rosa è una rosa”, e sembra compia uno sforzo inutile. Certo che una rosa è una rosa e, all’apparenza, la ripetizione ossessiva del termine sembra avere soltanto una funzione estetica (ripetetevi nella mente il verso come se fosse un mantra: è ipnotico e bellissimo). Invece succede che, a ogni nuova “rosa”, ci viene l’idea che il senso del discorso si faccia via via più grande, più misterioso e carico di significati che la semplice parola “rosa” non contiene. Che cosa succede? Lo spiega Umberto Eco in un saggio, La struttura assente, in cui individua addirittura cinque cose che succedono grazie a quella frase apparentemente semplice:
1.    c’è un eccesso di ridondanza, e la ridondanza genera tensione: la Stein ci vuole dire qualcosa;
2.    il principio di identità (“una rosa è una rosa”) è così marcato e ripetuto che diventa ambiguo: è davvero una rosa, quella di cui parla Stein? La terza volta che nomina la rosa intende la stessa rosa della prima volta?
3.    Perché Stein ci dice questa cosa in questo modo? Che cosa vuole dire davvero?
4.    Forse ripete ossessivamente la parola “rosa” perché vuole alludere ai suoi significati simbolici: ci sta parlando dell’amore senza nominarlo? Vuole solo suggerirlo? Dunque sì: la prima rosa è una rosa, la seconda forse è già l’amore… e la terza? (Tenete poi conto che, nella poesia, si nomina a un certo punto un certo Jack Rose…);
5.    Che cosa capisco io di quello che mi sta dicendo Stein? Lei dice soltanto “rosa”, e mi lascia libero di riempire quella parola dei significati che più mi appartengono e sento vicini. Chiama in causa letture, sentimenti, congetture. Chiama in causa me.

CLIMAX E ANTICLIMAX




ANDARE CAMMINARE LAVORARE


Andare camminare lavorare
andare a spada tratta,
banda di timidi, d’incoscienti, di indebitati, di disperati
niente scoramenti, andiamo, andiamo a lavorare
andare camminare lavorare
il vino contro il petrolio,
grande vittoria, grande vittoria, grandissima vittoria
andare camminare lavorare. 


Piero Ciampi, 1975



FINCHÉ I TUOI CAPELLI EMULO VANO



La bocca, e chioma e collo e fronte godi,
Prima che quanto fu in età dorata,
Oro, garofano, cristallo e giglio

Non in troncata viola solo o argento,
Ma si volga, con essi tu confusa,
In terra, fumo, polvere, ombra, niente.


Luis de Góngora, 1582 (trad. it. di Giuseppe Ungaretti)

Prima si sale…

Per aumentare l’intensità e dare enfasi a un discorso si scrive e si parla come si salgono le scale. La climax (parola che significa proprio “scala”) funziona così: a ogni parola, a ogni espressione si imprime un po’ più di forza al discorso, si scelgono vocaboli via via più intensi, come succede appunto quando si sale e ogni gradino della scala sta un po’ più in alto, si porta dietro un po’ più di enfasi del precedente. Uno legge Machiavelli e trova che l’Italia è: «sanza capo, sanza ordine, battuta, spogliata, lacera»; legge Leopardi, lo vede star male la sera del dì di festa, lo sente dire «e qui per terra/mi getto, e grido, e fremo» e la sua emozione – l’emozione di chi legge – cresce insieme alle parole: dopo ogni virgola c’è ad attenderlo qualcosa di più forte, o più terribile.

…ma alla fine si arriva al niente

Ma le scale si possono anche scendere. Anzi, scendere è a volta la sola cosa da fare una volta che si è arrivati in cima. Così esiste anche il contrario della climax, la discesa dall’enfasi, lo sgonfiamento: è l’anticlimax. Anche qui si lavora sull’intensità del discorso, ma è un lavoro di segno opposto: si mira a togliere, a smorzare. Prendete l’ultimo verso della poesia di Góngora: il fumo è qualcosa che c’è, ma che è meno concreto della terra, la polvere è meno invasiva del fumo, permette per esempio di vedere e di respirare, l’ombra è qualcosa di immateriale – e dunque è meno “presente”della polvere –, il niente è niente. Ci sono, in quest’unico verso, la maturità, la vecchiaia e la morte di qualcuno: ve ne siete accorti? La giovinezza e la bellezza della donna protagonista di questo sonetto si trasformeranno prima o poi in terra, poi in qualcosa di meno intenso, e ancora e ancora: alla fine non rimarrà niente.


IL CALCIO COME METAFORA DEL MONDO - UMBERTO SABA






GOAL


Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l’amara luce.
Il compagno in ginocchio che l’induce
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.
La folla – unita ebrezza – per trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questo belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.
Presso la rete inviolata il portiere
– l’altro – è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasta sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa – egli dice – anch’io son parte. 



Umberto Saba, 1933




Metafora di vita

Qualcuno sostiene che una delle metafore più efficaci per spiegare il mondo sia il gioco del calcio. La letteratura e il cinema, da Saba a Soriano, da Fuga per la vittoria di John Huston a L’uomo in più di Paolo Sorrentino, hanno trovato nel calcio, nelle sue regole e nei suoi rappresentanti le metafore più adatte per raccontare le vite dei loro personaggi. La divisione dei ruoli, lo scopo (fare goal, vincere), la tattica, la gestione del gruppo, la metabolizzazione delle sconfitte: sembra davvero che ogni aspetto di questo sport popolarissimo si presti facilmente a essere reso metafora e simbolo della vita di tutti i giorni.

Ascolta la canzone “La leva calcistica della classe ’68″, di Francesco De Gregori.